Quale Piano Alternativo per Napoli Est Enrico Conelli

25 05 2013

Un piano alternativo per Napoli Est

La “riqualificazione” di Napoli Est è un progetto di grandi costruzioni in parte inutili e in parte estremamente dannose, di cui si conoscono i proponenti e i sostenitori ma non le ragioni e gli eventuali vantaggi per la collettività. 

Perché allora vogliono costruire ? Perché costano molto e si fa finta che ci sarà finanziamento privato. L’importante è aprire i cantieri e far arrivare gli investimenti iniziali, che sono pubblici e importanti, in attesa dei rimborsi privati che come al solito non arriveranno mai, lasciando scheletri di cemento e aree abbandonate ovunque per decenni.

Infatti con la Legge di riqualificazione delle aree degradate sono previsti 300 milioni di euro di investimenti pubblici . Le zone degradate a Napoli non mancano e nella zona orientale ci sono già i progetti di Naplest. “Mettendo in campo 300 milioni sulla zona orientale, è il calcolo fatto, si attivano processi per 2,5 miliardi e si generano 40 mila posti di lavoro perché le risorse che saranno impiegate per opere di urbanizzazione e dotazione di strutture materiali e immateriali possano richiamare capitali privati”. 
E’ semplice dimostrare l’incongruenza economica di questi progetti e contemporaneamente l’assoluta esigenza di creare polmoni di verde pubblico per compensare i tanti anni di inquinamento delle vecchie fabbriche e raffinerie dismesse, di qualificare la vivibilità di un territorio e attirare veri investimenti nel settore turistico e del terziario avanzato. 

Inutilità di nuove costruzioni a Napoli

Un recente convegno organizzato dalla Camera di commercio di Napoli con la Borsa immobiliare ed altre associazioni di categoria della città, dal titolo «Meeting immobiliare», ha fatto il punto sulla situazione del “Real Estate” nel capoluogo campano.
Negli ultimi cinque anni le compravendite e la realizzazione di nuove costruzioni hanno subito un calo del 40% e un calo dei valori che in media si attesta a circa il 25%, solo la vendita degli appartamenti più grandi e degli immobili di lusso nei quartieri più prestigiosi della città (Posillipo, Vomero e Chiaia) hanno tenuto. È evidente che a comprare non è il ceto medio – quello più colpito dalla crisi – ma chi non ha problemi ad ottenere un mutuo, o dispone della liquidità sufficiente ad approfittare degli alti livelli di invenduto 
Secondo un’analisi condotta da Immobiliare.it da gennaio 2013 ad oggi la meta più ambita da parte degli stranieri, che pensano di comprare o affittare un immobile in Italia, è Roma, in assoluto la provincia in cui si dirige il maggior numero di stranieri (9%). Il dato che si evince dalle ricerche per quanto riguarda la Campania è che anche gli stranieri non comprano/affittano più case nella nostra regione. La provincia di Napoli, nonostante sia una delle mete turistiche più frequentate d’Italia, non figura nella lista delle preferenze. Il problema che influenza questa ricerca è la vivibilità urbana.

Invivibilità a Napoli

Costo della vita, Ambiente, Territorio e sicurezza, Trasporti e mobilità, Tempo libero, Istruzione, Servizi commerciali, Salute e servizi sanitari ,Traffico, Mancanza di servizi pubblici, Poche aree verdi e Scarsa attenzione per l’ambiente: per tutti questi motivi la nostra città si aggiudica il primato di città invivibile. La fotografia emerge dal sesto rapporto sull’abitabilità delle città promosso dalla Fondazione per la Sussidiarietà. 

Una città dove la civile convivenza è sopraffatta dalla cultura dell’arroganza, Una città dove la maggior parte del bene pubblico è in stato di abbandono o in comodato d’uso di prepotenti.

Una città che, nel quotidiano, è martoriata da disagio sociale e caos urbano senza paragoni in Italia. Disagio e caos non imputabili alla sola criminalità. L’invivibilità di Napoli, va in gran parte addebitata all’ incapacità amministrativa dei vari schieramenti politici, succedutosi alla guida di Palazzo San Giacomo, più indaffarati a consolidare il proprio potere che a governare e garantire ” il bene comune”. Spesso l’amministrazione “di turno” interviene , su disagio e vivibilità urbana, solo a seguito di denunzie o su segnalazione di associazioni o mass media, dimostrando di non conoscere i bisogni reali del territorio.

Napoli, in alcuni quartieri, è paragonabile ad un condominio senza amministratore, dove prevaricazione e sopraffazione, imposte da famiglie malavitose, impongono a centinaia di famiglie napoletane una sopravvivenza urbana umiliante e incivile.
A Napoli più che altrove il diritto al lavoro è una vaga aspirazione, il diritto alla libertà è tradotto in abusivismo, il diritto all’uguaglianza in parassitismo, d’altra parte non si sa come uscire dal labirinto del sottosviluppo, né si sa prefigurare un futuro possibile per un’antica e grande capitale che possiede, nonostante tutto, rilevanti potenzialità. 
Tutte le città storiche italiane riescono a ricavare dal loro patrimonio architettonico e culturale, un introito monetario e un indotto occupazionale ragguardevole. Napoli potrebbe vivere di rendita, per la quantità enorme che ha di opere d’arte, beni architettonici e bellezze naturali, ma non ci riusciamo per l’incuria e la mancanza di controlli che trasformano i luoghi della storia in sversatoi e terra di vandali.
Napoli è la città a più alta densità abitativa e edilizia d’Italia! Dal dopoguerra è dilagata la più grande espansione della storia della città che ha generato una area urbana informe e invertebrata, travolgendo il paesaggio e il centro storico considerati come riserve illimitate da distruggere a volontà. Questa sovra urbanizzazione è la madre di tutte le patologie che affliggono la città riassumibili nel seguente decalogo.
1. Ipertrofia urbana. L’espansione “a macchia d’olio” è passata da 900 ettari del 1945, a 2.312 nel ’61, a 7.537 nel’85, agli 8.700 odierni, dilapidando il 75% degli 11.720 ettari del comune; mentre continuano gli assalti alle ultime aree verdi. Oggi Napoli è città obesa, soffocata dall’edilizia post-bellica senza qualità espressione del fallimento della politica dal dopoguerra! 
La cementificazione del suolo ha raggiunti livelli altissimi in molte città italiane: Napoli, pur non essendo nella top ten, condivide tuttavia con Milano il triste primato di città per tre quarti della sua superficie ricoperta da cemento e costruzioni e priva di aree verdi attrezzate.

2. Fragilità dell’apparato produttivo. Tale cementificazione non ha favorito affatto lo sviluppo economico. La popolazione di circa 960 mila abitanti è la stessa del 1951; il contributo al PIL nazionale delle regioni del sud alla fine del 2009 è al 23,9%, esattamente come nel 1951. Il passaggio dall’era tardo-industriale a quella post-industriale è del tutto marginale. 
3. Indifferenza al rischio ambientale, Si continua ad ignorare che Napoli è chiusa tra due aree vulcaniche definite dalla Commissione Nazionale Grandi Rischi: “ad alto rischio permanente”! Nel caso di eruzione sub-pliniana sarà investita, ad oriente, un’area di 180 kmq; a occidente, di 150 kmq; se l’evento è pliniano (come a Pompei nel 79 d.C.) le due circonferenze di distruzione si sovrappongono su Napoli. La situazione è schizoide: da un lato, si fanno piani di evacuazione, dall’altro si costruiscono altri vani! 
4. Assenza di una prospettiva metropolitana. Nel Piano regolatore generale (Prg) vigente non c’è un solo rigo su tale argomento. Nel Piano Comprensoriale (’63-’64) coordinato da Piccinato si legge che Napoli: “trae la sua involuzione da un’endemica assenza di direzionalità negli sviluppi. La città si è chiusa in se stessa e ha raggiunto in forma dif-fusa le più assurde densità edilizie”. Da allora l’area edificata è aumentata di 3,5 volte, senza individuare assi di riequilibrio economico-territoriali. 
5. Consumo scandaloso di aree verdi. Nel periodo 1960-’98: «la popolazione campana è aumentata del 21,6%, passando da 4.756.097 a 5.835.561 abitanti, mentre la superficie urbanizzata è più che quadruplicata passando da 22.250 ettari a 93 mila (+321 %)» (Antonio Di Gennaro, 2006). Napoli è assediata da una edilizia sempre più “calcuttizzata” (F.Compagna) di una trentina di comuni che in un secolo hanno decuplicato la popolazione. 
Secondo i “ Dati ambientali nelle città’ effettuata annualmente dall’Istat” i cittadini italiani dispongono in media di 17,4 metri quadri di verde per abitante. Cagliari (39,5 metri quadri per abitante) è la città capoluogo di provincia con la più elevata disponibilità pro capite; seguono Venezia (33,8 metri quadri) e Padova (33,4 m2), mentre nei rimanenti grandi comuni i valori sono al di sotto della media, e a Bari, Napoli, e Messina inferiori ai 9 metri quadri per abitante. I nostri bambini vengono sempre più privati di spazi fondamentali di verde e costretti a vivere in città e territori sempre più insani, squallidi e asociali. Il peggiore esempio è a Taranto, dove ogni bimbo ha a disposizione come “verde” uno spazio equivalente a una foglia di insalata (0,2 mq )
6. Degrado del centro storico. I 720 ettari individuati dal Prg (’72) e riconosciuti dall’Unesco (con l’aggiunta di alcuni parchi verdi) come Patrimonio Mondiale dell’Umanità, sono quasi la metà del centro storico di Roma (1.400 ettari) e la dodicesima parte dell’area edificata di Napoli. Esso comprende 253.411 vani e circa 300 chiese delle quali 220 chiuse, abbandonate o ruderizate; mentre dal dopoguerra è stato invaso dalle costruzioni spazzatura non antisismiche. 
7. Vulnerabilità del patrimonio edilizio. Su un milione e mezzo di vani, circa 300 mila sono pre-bellici, definibili “storici”; altri 450 mila circa costruiti nel trentennio ’45-’74, quando non erano richiesti calcoli statici antisismici; il resto dovrebbe essere a norma. Dunque, due terzi del patrimonio edilizio è a rischio. 
8. Criticità delle reti infrastrutturali. La sovra urbanizzazione ha prodotto: una paralisi progressiva del traffico affrontata tra grandi difficoltà; una crisi cronica della vecchia rete fognaria e degli impianti di depurazione e di quella idrica che perde oltre un terzo del flusso; una deficienza della rete elettrica che attende una profonda ristrutturazione mentre il sottosuolo è abbandonato. 
9. Disastro ambientale. La sovrappopolazione produce nella provincia di Napoli 4.500 tonnellate/giorno di rifiuti contro 1.400 delle altre quattro. Pia Bucella, direttrice alla DG ambiente della commissione europea dichiarò nel 2008: «la direttiva europea sui rifiuti esiste da 33 anni. E non è troppo ambizioso chiedere alla Campania di rispettarla». Oggi ha rilevato «negli ultimi due anni nulla è cambiato». 
Inoltre Napoli si segnala non solo in Italia, ma anche in Europa ,per il maggior numero di giorni di superamento del valore limite di particolato, polveri sospese nell’aria che penetrano nelle vie respiratorie causando problemi cardio-polmonari e asma. E spesso risultano oltre i livelli di guardia anche le concentrazioni di biossido di azoto.

10. Declino demografico. La sinergia tra tali patologie moltiplica i singoli effetti perversi, provocando una invivibilità crescente e un declino demografico. L’esodo da Napoli di un quinto della popolazione dal ’71 (265 mila abitanti da 1.227.000 abitanti a 962.000) che , nelle previsioni ISTAT, proseguirà nel futuro. Questo fenomeno fa emergere un paradosso accuratamente sottaciuto: mentre declina la popolazione, continuano ad aumentare i vani residenziali, perpetuando la malattia cronica dell’ urbanizzazione senza sviluppo

La città metropolitana di Napoli è di fronte a un bivio: continuare con la solita urbanizzazione senza sviluppo, della dissipazione delle ultime aree verdi, della deindustrializzazione senza alternative oppure, svoltare verso il futuro, con un rinnovamento etico-politico e civile-culturale della società napoletana. cioè la difesa del patrimonio naturale e storico come beni unici e irriproducibili di valore universale e la riqualificazione della città attraverso la semplice eliminazione della spazzatura edilizia 

Inquinamento e problematiche di Napoli Est

La VI Municipalità del comune di Napoli è composta dai quartieri Ponticelli, Barra e San Giovanni a Teduccio 
Ponticelli è stato comune autonomo fino al 1926, nel 1943 fu il primo quartiere in Europa a sollevarsi contro il nazifascismo, quando gli abitanti assaltarono la sede rionale fascista.Durante l’occupazione nazista 34 innocenti morirono per rappresaglia da parte dei soldati tedeschi.
Barra è stato capoluogo di Circondario dal 1806 al 1860. Il casale di Barra è individuato già nelle carte di epoca angioina. A Barra si trovano 11 ville vesuviane del Miglio d’oro invece di altre 7 nobili dimore, non restano che i nomi, perché andate distrutte da varie cause
San Giovanni è stata in passato sede della più importante industria conserviera del Mediterraneo, la Cirio e della prima industria ferroviaria in Italia, col celebre opificio di Pietrarsa. La fabbrica ha cessato la sua attività nel 1975 e negli anni successivi è stata trasformata in museo ferroviario.
1) All’interno di questa municipalità c’è una grande area piena di raffinerie, impianti chimici, petroliferi e industriali oggi dismessa , catalogato come uno dei 55 siti più inquinati d’Italia, dove è stata accertata una rilevante presenza di inquinamento del terreno e delle acque sotterranee. Questa area, ai sensi dell’ex D.M. 471/99 sono state inserite nel “Sito d’Interesse Nazionale di Napoli Orientale” ai fini della messa in sicurezza, della bonifica e del ripristino ambientale dei siti inquinati. In particolare, il sito delimitato con Ordinanza Commissariale del 29 Dicembre 1999, emanata dal Sindaco di Napoli in qualità di Commissario Delegato, si estende per circa 830 ettari 
2) Nel mare di San Giovanni l’acqua possiede una colorazione tra il verde e il marrone perché vi sfociano : all’interno del porto commerciale l’alveo Immacolatella, l’alveo Carmine, oltre al più grande, l’alveo Arenaccia uno degli scarichi di maggiore «portata», convoglia a mare un notevole quantitativo di detriti tanto che si è formata alla confluenza in mare una piccola «spiaggia» di rifiuti ; lo scarico di Vigliena (nella zona tra Pazzigno e Barra) i due scarichi di Pietrarsa, che raccolgono le acque reflue della zona ( sul lato San Giovanni e sul versante Portici) e due tra i peggiori killer del nostro mare, l’alveo Sannicandro e l’ alveo Pollena, noto anche come Volla. Tutti conosciuti ed impuniti, perché 24 ore su 24, in ogni stagione dell’anno, lo avvelenano di liquami, rifiuti, perfino scarti industriali . Sfociano entrambi sulla costa di San Giovanni e portano in acqua i scarichi di fogne non depurate di un bel po’ di comuni dell’area vesuviana. Una situazione assurda, al di fuori di ogni logica e contraria a qualunque normativa. Perché cessi, occorrerebbe realizzare i collettori che facciano confluire le acque luride dei due alvei al depuratore di Napoli est, a sua volta da potenziare. Bisognerebbe inoltre che i Comuni vigilassero su chi immette in quegli alvei sostanze tossiche, anche di natura industriale.
3) Centinaia di discariche abusive, sversamenti illegali, riversamento di olii esausti e altri liquidi nocivi in fogne e caditoie , incendi di rifiuti anche tossici sono una piaga del territorio di Napoli orientale . Gli sversatoi criminali sono in tutti i quartieri della VI Municipalità: via Domenico Rea, via De Roberto, via Virginia Wolf, via Esopo, via Dorando Petri a Ponticelli; via Mastellone, via Ciccarelli, via Mercalli, via cupa cimitero a Barra; via Pazzigno e stradone Vigliena a San Giovanni a Teduccio. Solo per citare i casi più eclatanti. Un fenomeno criminale che trae origine sia dal traffico di rifiuti tossici e pericolosi realizzato dalla criminalità organizzata, sia dal cosiddetto “turismo dei rifiuti” che consiste napoletana. Uno “scherzo” che costa alle casse comunali «dai 50 ai 60mila euro a bonifica; quando poi puntualmente, appena un mese dopo, la situazione ritorna critica»; per non parlare dell’incalcolabile danno alla salute che producono. Occorre un controllo serio e pianificato del territorio.
4) La centrale Turbogas di Vigliena è un mostro costruito contro ogni normativa e regola di buon senso. La vicenda è lunga e travagliata. Ufficialmente non si tratta di un impianto nuovo ma di una riconversione del precedente. Escamotage raffinato per tenere lontane le burocrazie dei nullaosta, permessi e studi di impatto ambientale. Dall’uovo è spuntata una centrale turbogas della Tirreno Power (Gdf Suez, Sorgenia, Hera, Iren i detentori delle quote) non compatibile con gli standard di sicurezza dei centri abitati e ambientali. 

Una centrale di grosse dimensioni ( con un enorme serbatoio di gas compresso pari a circa 800.000 mc ) a ridosso di un quartiere densamente abitato , dista solo qualche metro da affollati edifici abitati, una trentina di metri dalla darsena petroli, un chilometro dalle raffinerie di carburanti, meno di una decina di chilometri dal costruendo Ospedale del Mare.
Non c’e’ bisogno di essere geni per capire cosa accadrebbe nell’area orientale di Napoli se dovessimo trovarci in una situazione tipo la violentissima esplosione della centrale a turbogas a Middletown, nel Connecticut (USA) del 2010 con cinque morti e dodici feriti, che ha raso al suolo edifici e alberi nel raggio di un km in una area scarsissimamente popolata e che si e propagata come un terremoto fino a 50 km di distanza.
Con l’attivazione della centrale turbogas di Vigliena l’ inquinamento da polveri sottili è pari a 100.000 autoveicoli; nello specifico, l’Organizzazione mondiale della Sanità, pur fermandosi solo alle Pm10 (e quindi non calcolando il devastante impatto delle nanopolveri), le definisce cause di morte, malattie invalidanti e danni permanenti al sistema cardiovascolare, alle vie respiratorie e all’apparato digerente. L’allarme salute non riguarda solo San Giovanni a Teduccio, che si trova ad appena 3 km da Piazza Municipio a Napoli. A pagarne le conseguenze saranno in particolare gli abitanti della collina del Vomero e di Posillipo, e la zona particolarmente ventosa farà sì che le le nanopolveri, già di dispersione ad ampio raggio data la estrema leggerezza, si disperderanno fino a decine di chilometri di distanza. 
Quindi sui cittadini di San Giovanni (e non solo) incombe una spada di Damocle che insiste da più di 20 anni, da quando fu costruita la centrale termoelettrica. Già nel 1995 l’OMS lanciò l’allarme evidenziando che in questi quartieri, dal 1990 in poi, l’andamento della mortalità per patologie respiratorie era più del doppio del dato campano e nazionale. Nel solo quartiere di Vigliena ci sono dati spaventosi. Al civico 251 di Corso San Giovanni a Teduccio: 39 morti di tumore negli ultimi 3 anni più 5 malati che si sono salvati. Poco più avanti, civico 287: 10 morti negli ultimi 2 anni e 5 salvati. Dati che rischiano di peggiorare ed estendersi per un raggio di decine di chilometri. 
5) Grande impianto per il trattamento della frazione umida, da realizzato nella zona orientale, in precedenza destinata alla costruzione dell’inceneritore e per cui il Comune ha chiesto alla Regione l’affidamento del terreno.
6) Decine di campi ROM con centinaia di baracche di cartone e lamiere, intrise di polvere, di sporcizia, di amianto.di cattivi odori ,impastate di fango e sputi . Tutt’intorno, torme di insetti, topi, cani randagi. A fianco dei campi si ergono colline di rifiuti speciali alimentate senza soste dai camion guidati da padroncini che scaricano in fretta e furia e poi scompaiono. Qui si consuma uno smaltimento dei rifiuti tossici parallelo, illegale e impunito che garantisce sopravvivenza ai rom ma frutta guadagni milionari alle aziende (soprattutto edili) che risparmiano sui costi e ai criminali che, nell’ombra, gestiscono i camion e il losco traffico.
Ogni notte, gli adulti passano al setaccio i nuovi «arrivi», pezzi di frigoriferi, di lavatrici, formica, plastica, tettoie, lastre di Eternit, vecchi mobili, fornelli e ferraglie di ogni tipo e misura. differenziano la merce a mani nude, salvano quel che può essere rivenduto e danno alle fiamme quel che non serve; i più giovani provvedono alla selezione definitiva della merce e la portano alla vendita. Frugare tra i rifiuti vuol dire far soldi per sopravvivere. Ma anche rischiare malattie con le ondate di diossina create dai roghi che loro e i loro figli ingoiano e ci fanno ingoiare.
Di mattina, le bambine dei campi caricano sui carrozzini vecchie damigiane e se ne vanno in giro a raccogliere l’acqua per tutti. I bambini vagabondano in città con le sorelline più grandi. Chiedono elemosina e arraffano qua e là. In particolare il rame, che si ruba facilmente e il prezzo è conveniente.
Per il superamento dell’emergenza abitativa degli immigrati ,promosso dal Comune di Napoli sta sorgendo a Ponticelli un nuovo complesso residenziale , prima struttura d’Italia realizzata con fondi del Ministero dell’Interno. Il fabbricato che sarà pronto tra 18 mesi, sorgerà nell’ex Amnil, in via delle Industrie a Ponticelli, proprio a ridosso del sito Q8
7) Depuratore di Napoli Est, gestito da Termomeccanica, obsoleto. Se ne attende da dieci anni almeno l’adeguamento. Mancano la linea di depurazione biologica e quella di abbattimento dei fosfati. C’è un finanziamento del Cipe da 89 milioni. «Sono partite le procedure per la progettazione», assicura l’assessore regionale all’Ambiente, Giovanni Romano, «ed è pure cantierabile, sempre su fondi Cipe (10 milioni di euro), il riordino del collettore Napoli Orientale Darsena-Marinella». 

La nuova darsena di Levante

Lo sviluppo del porto di Napoli, legato fin dal dopoguerra alla presenza delle raffinerie (dismesse nel 1983) e dei depositi di idrocarburi, oli combustibili e GPL, realizzati sull’area costiera nei pressi della darsena di Levante; a partire dagli anni ’90 ha risentito notevolmente dello scontro sui nuovi indirizzi urbanistici che ne prevedono la delocalizzazione, nonché della lentezza nell’adeguamento agli standard essenziali di sicurezza, trattandosi di depositi ubicati nella “zona rossa” del Vesuvio, l’area cioè più alto rischio in caso di eruzione.
Gli elevati costi che le aziende dovrebbero fronteggiare in termini di delocalizzazione e trattamento dei residui delle sostanze tossiche per le bonifiche ambientali hanno per ora prevalso sull’interesse “generale”. Un problema, quello del rispetto delle norme urbanistiche ed ambientali, che interessa anche la poco distante centrale turbogas di Vigliena della Tirreno Power, anch’essa situata in “zona rossa” e dotata di un importante contenitore di GPL, su una linea di costa che, secondo la variante di Piano Regolatore Generale del comune di Napoli, prevede la riqualificazione della fascia litoranea del quartiere di San Giovanni, dal ponte dei Granili fino a Pietrarsa, “con la costituzione di un sistema di attrezzature di livello urbano e territoriale oltre che a servizio dell’intero quartiere, e il recupero del rapporto tra il quartiere e il mare, interrotto dalla realizzazione della linea ferroviaria costiera”. Le attrezzature previste dal PRG riguarderebbero “il settore della formazione universitaria, anche al fine di anticipare e sostenere la riqualificazione e il rilancio produttivo della zona orientale, e altre attività per i ragazzi, i giovani e, più in generale, per il tempo libero”.
In questo quadro di riqualificazione della fascia costiera, nelle linee di indirizzo per la pianificazione urbanistica del 1994 e nella “Proposta di Variante per la zona orientale di Napoli” del 1996, era prevista la trasformazione della centrale termoelettrica Enel di Vigliena, a seguito della sua dismissione, per “realizzare una struttura per lo spettacolo e il tempo libero, in particolare dedicata ai giovani e alla musica” ed il ”recupero di complessi ex industriali di valore testimoniale, e il riutilizzo, a seguito di una loro dismissione, di aree occupate da grandi strutture impiantistiche (la centrale elettrica di Vigliena, il depuratore di S.Giovanni)”. Sempre la variante al Piano Regolatore Generale, presentata nel 1999, rimasta in sospeso fino al febbraio 2001, quando venne adottata una prima volta, riadottata poi con le controdeduzioni alle osservazioni nel luglio 2003 e definitivamente approvata nel giugno 2004, vide apparire la destinazione delle aree della zona orientale ad insediamenti urbani integrati e ad attività di beni e servizi il cui carattere dovrà essere finalizzato alla riqualificazione urbanistica ed economica della città.
La variante del 2004 prevede infatti, per la zona orientale, la disincentivazione e la delocalizzazione delle grandi industrie (impianti petroliferi, Ansaldo, Fiat …), in parte già dismesse o in via di dismissione puntando invece a dotare la città orientale di attività imprenditoriali medio-piccole ad alta tecnologia ed a basso impatto ambientale, e la creazione di un grande parco di circa 170 ettari che collega la piana agricola al mare, seguendo l’andamento del nuovo corso d’acqua che ricorda il fiume Sebeto,. Il processo di riqualificazione che la variante proponeva pretende così, come condizione preliminare la delocalizzazione di tutti gli impianti petroliferi ”non solo i residui depositi, ma anche l‘attracco delle petroliere nel porto”. In mancanza della riqualificazione e della conseguente bonifica infatti “gli oleodotti continueranno a rappresentare un’ingombrante e pericolosa presenza, incompatibile con la nuova qualità degli insediamenti”. Anche le attuali infrastrutture stradali contrastano vistosamente con gli obiettivi di qualità del piano regolatore, infatti è previsto che “in accordo con il piano comunale dei trasporti, si propone una drastica semplificazione dell’attuale intricato reticolo, anche con la demolizione delle infrastrutture incompatibili con gli standard di qualità urbana perseguiti.”
I pericoli per la popolazione legati alla presenza dei depositi di idrocarburi, di cui parla il PRG di Napoli, sono più che realistici. Il 21 dicembre 1985 la zona orientale di Napoli fu teatro di un incidente: l’esplosione di 25 dei 41 serbatoi costieri dell’Agip che causò 5 morti, 165 feriti, 2594 senzatetto, 100 miliardi delle vecchie lire di danni, e conseguenze sulla salute delle persone difficili da stimare, causate dalle colonne di fumo che per sei giorni continuarono a bruciare prima che le fiamme venissero domate definitivamente.
Le soluzioni previste dal PRG del comune di Napoli sono rimaste solo sulla carta per ora, mentre sono tuttora in corso i lavori per il completamento dell’Ospedale del Mare, anch’esso situato in “zona rossa” ed a pochi metri dal contenitore di gas della centrale di Vigliena.
Attualmente l’estremità orientale del porto di Napoli è costituita da due darsene: la darsena Petroli e la nuova darsena o darsena di Levante; dal pontile Vigliena; dal molo del Progresso e dal molo di levante e dalle aree fino al confine dell’ambito del porto commerciale. Il nuovo Piano Regolatore Portuale prevede la realizzazione della colmata della darsena di Levante e della darsena Petroli da destinare a terminal contenitori.
La darsena di Levante non è stata mai utilizzata, perché posta in condizione di completa marginalità rispetto al resto del porto. L’unico accesso all’area è costituito infatti dallo Stradone Vigliena che si imbocca da via Reggia di Portici per cui la darsena di Levante è raggiungibile transitando per la darsena Petroli attraverso la strada stretta tra il muro di delimitazione degli stabilimenti industriali a Nord e il muro tagliafiamme della darsena Petroli a Sud. ( gli stabilimenti industriali, fino al periodo bellico, erano nei fatti serviti dalla ferrovia Napoli-Portici, i cui binari, per piccoli tratti, sono ancora visibili lungo via Marina dei Gigli)
Il vecchio Piano Regolatore del Porto di Napoli, approvato nel 1958, prevedeva lo sviluppo dell’area portuale nella zona sud orientale mediante la realizzazione di quattro darsene. L’unica effettivamente realizzata fu poi la darsena di Levante, sulla cui area, dal 2000, è prevista la realizzazione del terminal contenitori, in base ad un Accordo di Programma perfezionato in data 23/12/2000 tra Autorità Portuale di Napoli, Regione Campania, Comune, Capitaneria di Porto di Napoli, Università Federico II di Napoli, Ministero dei Trasporti e Ministero dei Lavori Pubblici; cui fece seguito la ratifica con decreto del presidente della Giunta regionale della Campania, n.325 del 1 marzo 2001, l’approvazione della Giunta Regionale, con delibera n.83 del 25 febbraio 2004 e l’approvazione della giunta comunale con delibera n.106 del 25 maggio del 2004, ben prima quindi dell’approvazione del nuovo Piano Regolatore del Porto, approvato dall’Autorità Portuale lo scorso giugno e recepito con delibera n.33 del’8 agosto 2012 del comune di Napoli, per la cui occasione è stato espresso un voto unanime del consiglio comunale.
L’area che interessa la darsena di Levante ebbe inizio con la costruzione, sulla spiaggia di S. Giovanni a Teduccio, a levante del pontile Vigliena (il cui nome deriva dal fortino di guardia della costa, costruito nel 1700), di due stabilimenti industriali, la centrale elettrica Maurizio Capuano nel 1905, la fabbrica Corradini (inattiva dagli anni ’70) e lo stabilimento Cirio nel 1925.
Davanti agli stabilimenti Cirio ed Enel furono poi realizzati la darsena Petroli, completata nel 1962 e collegata alle raffinerie ed ai depositi costieri disposti nell’area orientale della città (nelle adiacenze di via Nuova delle Brecce) con un sistema di tubazioni (piping) della lunghezza di 4 chilometri. L’ipotesi di colmata della cosiddetta nuova darsena o darsena di Levante, la cui costruzione fu avviata intorno agli anni Settanta, è in effetti da considerarsi una parziale attuazione di quanto previsto già dal Piano Regolatore Portuale del 1958.
L’area orientale del porto di Napoli è “Sito di Interesse Nazionale di Bonifica”
Sia le aree di terra che di mare del porto Napoli sono comprese nel Sito di Interesse Nazionale di bonifica “Napoli Orientale”, individuato con la L.426/1998, a causa degli elevati livelli di inquinamento da idrocarburi, per cui anche attività “normali” come i dragaggi, necessari per aumentare il livello di pescaggio dei fondali, non vengono effettuate da decenni, rientrando necessariamente negli interventi di bonifica ai sensi del D.Lgs 152/06. I dragaggi quindi richiederebbero un trattamento speciale dei fanghi, che dovrebbero essere rimossi dalle acque e conferiti in discarica, soluzione costosa ed impraticabile anche per l’inesistenza di una discarica capace di accogliere i notevoli volumi di materiale da rimuovere.
Il progetto per la realizzazione di una nuova darsena, nell’area delle banchine tra le darsene Levante e Petroli, uno dei 12 interventi previsti dal “Grande Progetto” per il porto di Napoli, prevede un’operazione del costo di circa 85 milioni di euro di fondi comunitari: la realizzazione di una cassa di colmata a mare, da realizzarsi attraverso il tombamento dei fanghi, ovvero la messa in sicurezza di oltre 2 milioni di mc di materiali inquinati (10 volte il materiale rimosso e smaltito dopo l’incidente di Seveso).
Il progetto di tombamento della darsena di Levante da destinare a terminal contenitori, annunciato più volte nel corso degli anni, era stato già previsto dallo strumento urbanistico dell’Accordo di Programma. Un ennesimo inizio avrebbe dovuto vedere la luce in queste settimane, con l’istallazione delle “palancole”, pali di acciaio impiantati fino a 20 metri sotto il livello del mare che, una volta incernierati tra loro, dovrebbero formare le vasche impermeabilizzate nelle quali verranno poi sversati e messi in sicurezza i fanghi risultanti dal dragaggio del porto. Le vasche così create, che in base ad un vecchio progetto, poi abbandonato, avrebbero dovuto essere riempite con i residui asportati dalla bonifica della colmata di Bagnoli, riempite con i fanghi asportati dai fondali per 1.200.000 mc (darsena Levante), e 7-800.000 mc (darsena Petroli), dovrebbero formare una nuova piattaforma di 90.000 mq per lo stoccaggio di oltre 400.000 container, consentendo la ridefinizione della logistica portuale che prevede di spostare sulla nuova Darsena anche tutta la movimentazione dei Tir nelle operazioni di imbarco e sbarco per le navi “Ro-Ro”, che trasportano mezzi su gomma, camion articolati e tir, effettuando le operazioni di scarico in sole tre o quattro ore e non necessitano di aree di stoccaggio dei container.
La trasformazione della darsena Levante, così come prevede il Piano Regolatore Portuale, dovrebbe così consentire il miglioramento dell’efficienza operativa dell’intero sistema portuale e “conseguire un miglioramento della vivibilità e della sicurezza dell’area orientale della città di Napoli (…) con l’arretramento delle aree di stoccaggio dei depositi di idrocarburi e GPL, con allontanamento delle stesse dal recinto portuale che confina con la viabilità comunale; la delocalizzazione degli impianti di approvvigionamento di carburanti, GPL e liquidi infiammabili mediante realizzazione di un impianto di carico a servizio del terminal Petroli all’esterno della diga foranea”.
Il progetto della nuova darsena sarebbe, in sostanza, la realizzazione di un terminal nuovo per la società che ha in appalto la gestione dei container, la CoNaTeCo, una joint venture tra i giganti della logistica Cosco e MSC, che servirà anche al potenziamento del “Corridoio 24”, il corridoio intermodale Genova Rotterdam, con “Autostrade del Mare”, garantendo al porto di Napoli anche le concessioni delle compagnie che stanno investendo sulle navi di nuova generazione, in grado di trasportare oltre 13.000 container, per le cui operazioni di attracco alle banchine è necessario aumentare il livello di pescaggio, passando dagli attuali 13 ai 16 metri, procedendo al dragaggio dei fondali.
Il progetto della darsena di levante inoltre può creare migliaia di posti di lavoro .
L’unico problema vero riguarda i depositi dietro la darsena Petroli, che sono su un’area che dovrebbe essere delocalizzata e bonificata, con costi a carico dei petrolieri.
Il problema dei depositi adiacenti alla darsena Petroli non è di poco conto però. I traffici per gli idrocarburi interessano 360 navi all’anno, di cui 240 per il trasporto di idrocarburi, e circa 120 per l’approvvigionamento di bitumi e GPL. I depositi di carburanti sono serviti da 24 linee sotterranee di tubi, che provvedono a trasferire gli idrocarburi dalle navi attraccate alla darsena direttamente nei depositi.
Attualmente, per i traffici della darsena petroli, sono quattro le società consorziate che gestiscono il GPL, una si occupa della movimentazione dei bitumi; Kuwait ed Esso si occupano invece della movimentazione degli idrocarburi liquidi. La sola Kuwait si occupa del 70% del movimento degli idrocarburi, gestendo nei fatti l’intera darsena anche per quanto riguarda i servizi antincendio ed antinquinamento, mentre la Esso, rifornita via nave dalla raffineria di Augusta, ha una capacità di stoccaggio di circa 155.000 mc dedicati esclusivamente alla movimentazione di carburanti, gasolio e kerosene. Le società fanno parte del polo energetico Napoli Est, il polo di stoccaggio di prodotti petroliferi più importante d’Italia, con oltre sessanta serbatoi di proprietà della Q8 (Kuwait Raffinazione e Chimica S.p.A., gruppo Kuwait Petroleum Italia S.p.A.), un milione di mc di carburanti, distribuiti su 59 ettari dell’ambito 13 della zona est di Napoli, la cui permanenza, in base ad un accordo siglato tra Kuwait, provincia, comune, regione e società mista Napoli Orientale s.c.p.a., è stata garantita fino al 2026. 
Una soluzione di compromesso, per l’Autorità Portuale (che non ha competenze sul PRG del comune di Napoli), in attesa di conoscere il destino dei depositi di idrocarburi, era stata trovata, nel “Grande Progetto” per il porto, nell’adeguamento della sicurezza della nuova darsena dove si prevede che le navi non stazionino più in banchina ma rimangano nell’area destinata alla fonda, all’esterno della diga foranea Duca d’Aosta, a servizio del terminal petroli, ed effettuino lo scarico di GPL con un sistema di piping sottomarino (tubazioni sottomarine) di collegamento alla rete retroportuale fino ad una boa galleggiante, incluse le opere di demolizione delle sovrastrutture impiantistiche della darsena petroli e la messa in sicurezza degli attuali impianti di carico ai serbatoi ubicati negli impianti di Napoli Est. Un sistema di sicurezza in uso anche in altri porti del mondo, che riduce al minimo i rischi per lavoratori e le persone che abitano nei pressi dei contenitori. Una soluzione tampone, quella prevista dall’Autorità Portuale, che allontanerebbe dalle banchine operazioni di scarico e carico di idrocarburi, e che adeguerebbe il porto di Napoli alle norme di sicurezza rispettate nei più moderni porti del mondo.
Una soluzione che però non è piaciuta ai petrolieri, la cui reazione non si è fatta attendere. Una raffica di ricorsi, partita verso gli organi amministrativi di controllo, fin dai primi giorni dopo la firma del protocollo d’intesa tra l’Autorità Portuale e la regione Campania, il 18 dicembre scorso, sta mettendo infatti a rischio i finanziamenti europei ed il futuro dei progetti per il porto di Napoli. I ricorsi, presentati dal polo energetico di Napoli Est (Energ Gas Spa, Italcost srl, Petrolchimica Partenopea Spa, Eni), depositi per 54.000 mc con una movimentazione addirittura superiore al fabbisogno nazionale; la Kuwait Petroleum Spa; la Garolla srl, concessionaria di depositi di stoccaggio di prodotti liquidi a Molo Gioia; la Sarda Bunkers Spa, società di bunkeraggio; hanno scatenato una vera e propria guerra di carte bollate che vanno dalle impugnative al Tar fino al ricorso al Consiglio dei Lavori Pubblici, contro le delibere del comune e dell’Autorità Portuale in merito il Piano Regolatore Portuale, e per l’annullamento del Grande Progetto del porto di Napoli.
Per l’ammiraglio Dassatti però “il tombamento della nuova Darsena era già stato previsto dal vecchio Piano Regolatore del 1958. Il problema non è quello e riguarda chiaramente la delocalizzazione dei serbatoi, così come indicato dal PRG del comune, ma noi come Autorità Portuale non abbiamo competenze su quell’area. Non sappiamo nemmeno se hanno ancora le concessioni per stare lì. La delocalizzazione comporterebbe dei costi enormi per i petrolieri, e per le società che si occupano dei depositi. All’interporto di Marcianise hanno la disponibilità per fare i serbatoi interrati, servirebbe un collegamento ferroviario oppure via oleodotto-gasdotto fin lì. Si tratta naturalmente di grandi investimenti e di far mettere d’accordo soggetti importanti, come l’ amministratore delegato della Kuwait Petroleum Corporation con quello di Marcianise”.
Lo scorso 22 marzo, il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici si è pronunciato negativamente sul Piano Regolatore Portuale, dichiarando che la proposta “va restituita per essere integrata in relazione alle carenze riscontrate per gli aspetti pianificatori e per gli aspetti procedurali che non consentono l’espressione del parere”, in base alla legge 84 del 1994 (disciplina ed ordinamento delle attività portuali), inoltre il Consiglio ha rilevato che “Allo stato degli atti la mancata adeguata definizione, a livello di piano, delle ipotesi di realizzazione e gestione dell’impianto di carico a servizio dei prodotti petroliferi non consente di valutare la sua fattibilità, sostenibilità e sicurezza (della navigazione e antincendio) e pertanto non consente di valutare l’insieme delle scelte operate dal Prg in esame”. La proposta sarebbe poi “pervenuta priva del Rapporto ambientale, che costituisce parte integrante del piano stesso e ne accompagna l’intero processo di elaborazione e approvazione” in base al decreto legislativo 152/ 2006.
Uno stop che rischia ora di far andare in fumo definitamente un miliardo e trecento milioni di euro di finanziamenti, tra comunitari, regionali e privati, considerato che il “Grande Progetto” per il porto già presentato si basa sulle varianti urbanistische portuali che ora dovranno essere eventualmente ridiscusse e modificate e che il 31 dicembre scorso avrebbero dovuto già state avviate o concluse la stragrande maggioranza delle gare per le opere da realizzare. Il Grande Progetto del porto inoltre, su cui è in corso una procedura di verifica in sede UE del contenzioso avviato dai petrolieri, potrebbe rischiare di vedere risolto il contenzionso fuori tempo utile per l’utilizzo dei fondi FESR 2007-2013. C’è da chiedersi ovviamente come sia possibile che organismi complessi come l’Autorità Portuale, di cui fanno parte Comune, Provincia e Regione, oltre le associazioni armatoriali, non siano stati in grado di evitare le “incongruenze” del Piano.
Il conflitto tra petrolieri ed autorità portuale intanto allarma anche gli ambientalisti. Per Antonio Marfella, tossicologo ed oncologo, ed esponente dell’ISDE, Medici per l’Ambiente della Campania, che da anni segue anche le vicende legate alla bonifica del porto di Napoli, “il tentativo di evitare la delocalizzazione dei depositi di idrocarburi non fa i conti con la realtà. È impensabile che si possa pensare di sviluppare il porto di Napoli mantenendo in zona rossa, a pochi metri di distanza l’uno dall’altro, i depositi benzina e gas, il bombolone di gas compresso da 800.000 mc della centrale turbogas della Tirreno Power che si trova alle spalle della darsena Levante, con la camera magmatica del Vesuvio che è non più a 8km di profondità, ma a 4km. Al di là dell’impatto ambientale di queste attività, esistono da anni relazioni che dicono che in caso anche di una eruzione come quella del 1944, i rischi per la popolazione sarebbero enormi“.

Transazione economica AUCHAN Via Argine
Il Comune di Napoli ad inizio 2009 ha siglato l’intesa del danno ambientale col ministro dell’Ambiente (fa seguito all’accordo di programma quadro del 2007) e ha incassato una prima transazione pari a 2,8 milioni di euro. A pagare è Icn (Iniziative commerciali Napoli spa), si tratta sostanzialmente di Auchan che in via Argine ha fatto sorgere un altro centro commerciale. Pur non avendo inquinato ha comprato un terreno inquinato e si è assunta l’onere della bonifica. È la prima opera che è stata portata a termine con le nuove regole: vale a dire chi inquina paga. L’accordo stipulato farà da modello per tutti i proprietari dei terreni del sito di Napoli Orientale che, aderendo, otterranno una serie di vantaggi quali la semplificazione delle procedure, la definizione transattiva del danno ambientale, l’affidamento della bonifica delle acque di falda alla mano pubblica e, soprattutto, la possibilità di realizzare lo sviluppo dell’area contestualmente alle operazioni di bonifica, con una grande riduzione dei tempi. La transazione con Icn è il primo contributo concreto da parte di un’azienda privata al progetto di bonifica. Non tutti pagheranno la stessa quota, il ministero dell’Ambiente ha separato i grandi inquinatori dai piccoli stabilendo come è normale prezzi diversi di risarcimento Per aderire all’accordo è necessario pagare il danno. Le aziende meno inquinanti pagheranno 7,23 euro a metro quadro di area posseduta per la bonifica. Per le sole aree dove si sono svolte o si svolgono attività petrolifere, metalmeccaniche, chimiche e simili dovrà essere pagata un ulteriore quota aggiuntiva al metro quadro di 46,66. C’è la possibilità di pagare in dieci anni e senza interessi. La falda acquifera sarà bonificata dallo Stato, ma anche qui le aziende dovranno dare un contributo di 4,22 euro a metro quadro. Quindi per l’area ex Kuwait di 95 ha la quota dovrebbe essere di oltre 55 milioni di Euro. Lo scoglio più arduo da superare sarà proprio quello delle aziende definite «grandi inquinatori». La trattativa con i petrolieri, perché sono loro che dovranno accollarsi l’onere maggiore, prosegue sotto traccia in quanto il Comune vuole arrivare all’accordo per via negoziale senza finire nelle aule di tribunale dove si rischia di rimanere anche dieci anni.
Enrico Conelli Notizie tratte liberamente dalla reteImmagine

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One response

25 05 2013
MovimentoNapoliEst

Ne deve nascere una interrogazione parlamentare.grazie Enrico.

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