NOTIZIE STORICHE

Un po di storia
In tempi antichissimi, il fiume Sebeto, dalle falde del monte Somma, attraversava tutte le terre della plaga vesuviana e, per la parte più bassa di S.Giovanni a Teduccio, bagnando Pazzigno, la terra dove poi sorse il Ponte dei Francesi e la spiaggia di Vigliena, veniva a versarsi nel mare. Gli antichi colonizzatori del vicino Medio-Oriente, che si avventuravano nel Mediterraneo e rimontavano il Mar Tirreno, solevano soffermarsi proprio dov’erano corsi d’acqua, che consentivano di addentrarsi nel retroterra con le proprie imbarcazioni. Così alcuni navigatori, venuti dalla Grecia, approdarono su questa spiaggia. Videro il suolo fertile, il porto sicuro, il paesaggio bello e vi si stabilirono. Fondarono così un paese che chiamarono Falero, dal nome del loro capo. Ciò avvenne oltre 3000 anni fa, cioè più di 6000 anni prima della fondazione di Roma e 60 anni prima del famoso incendio di Troia.Questo paese, aumentando popolazione e case, e sviluppandosi sempre più verso occidente, diventò la città chiamata Partenope, poi Palepoli, indi Neapolis ed in fine Napoli. Quindi, le origini di S.Giovanni a Teduccio sono strettamente legate alle origini di Napoli. Infatti Tito Livio, storico romano, vissuto dal 59 avanti Cristo fino all’anno 17 dopo Cristo, afferma che Palepoli stendevasi dal colle Arpino (oggi Poggioreale), fin verso l’estremo corso del fiume Sebeto. Un altro autorevole, Luca Holsteno, pone decisamente Partenope sul territorio dell’attuale S.Giovanni a Teduccio. Molti altri antichi scrittori lo affermano e un illustre storico del ‘700, ci fa testimonianza un’antica costruzione greco-romana, ancor visibile ai suoi tempi, al principio di Pazzigno. Ma v’è di più: nelle fondamenta di alcune case del Rione Taverne, sono rinvenute costruzioni greche rimontanti a due o tremila anni or sono, e tuttora sotto la casa Iuppariello, sono visibili opere tassellate e laterizie greco-romane.
 
 
Questa è l’altra faccia della medaglia della VI municipalità,la parte storica del nostro paese che non è fatta solo di malasanità e problemi ricchi di nota,ma bensì da antichi avvenimenti e monumenti storici illustrati qui di seguito:
 
  • IL FORTE DI VIGLIENA

Il forte, di forma pentagonale, era in sostanza una batteria per la difesa del porto di Napoli, basso per evitare una eccessiva visibilità dal mare: misurava 6 metri di altezza dal lato della spiaggia e circa cinque dal lato opposto; intorno aveva un fossato largo 9 metri ed alto quanto l’edificio, che – quindi – appariva come interrato. Era dotato di sette grossi cannoni, rivolti verso il mare e di due piccole bocche da fuoco, verso terra.Al forte si accedeva tramite un rivellino, ulteriore piccola fortificazione esterna, di forma triangolare dotato di parapetto e fuciliera di guardia. Tale configurazione doveva servire anche per portare degli attacchi di sorpresa contro eventuali invasori, che avrebbero in tal modo subito il tiro dei cannoni posti sui due lati frontali, ciascuno lungo fino a 35,9 metri, oltre alle fucilate provenienti dalle numerose feritoie disseminate lungo le mura. 

Vista dall' alto

Nel cortile interno erano disposti un pozzo e una serie di casematte adibite a servizi accessori (refettorio, officina d’armi, deposito attrezzi, etc.) addossate lungo la parete, ciascuna dotata di scala che dava accesso al primo sopraelevato di ronda. Analogamente, dal cortile si poteva accedere ai bastioni dotati di tunnel sotterranei per il trasporto di polvere e munizioni. Eccetto la cornice in pietra vesuviana che coronava la cortina compresa tra i due bastioni laterali, la fortezza era integralmente realizzata in tufo. Nel 1742 fu aggiunta una rampa più ampia di accesso al piano di ronda.

 La costruzione del fortilizio risale al 1702 ad opera del viceré Juan Manuel Fernández Pacheco y Zúñiga, marchese di Villena, da cui prese il nome. Venne usato durante il Regno delle Due Sicilie anche per l’istruzione alla pratica di artiglieria dei cadetti della Reale Accademia Militare della Nunziatella.

L’importanza storica della fortezza è soprattutto legata ad un episodio che vide contrapposti i sostenitori della Repubblica Partenopea e le forze sanfediste del cardinale Ruffo, avvenuto il 13 giugno 1799.Essendo il presidio più meridionale della città di Napoli, si trovò in prima linea rispetto all’avanzata da sud delle forze legittimiste quando i repubblicani dovettero abbandonare le posizioni sul Ponte della Maddalena. Il forte era difeso da circa centocinquanta uomini della Legione Calabra, al comando del sacerdote di Corigliano Calabro Antonio Toscano.Forte di Vigliena

Assaltati da tre battaglioni sanfedisti calabresi, al comando del tenente colonnello Francesco Rapini ; e successivamente colpiti da un intenso fuoco di artiglieria russa, i difensori furono ridotti ad una sessantina.Vista l’impossibilità di vincere, sembra che Toscani decidesse di dare fuoco alle polveri, determinando la propria morte e quella di buona parte sia dei difensori, che degli attaccanti. Il forte fu semidistrutto dall’esplosione, dalla quale scampò un solo repubblicano, un certo Fabiani, che si gettò in mare prima dello scoppio.

Così Alexandre Dumas descrive l’accaduto: «In quel punto, s’intese una spaventevole detonazione, ed il molo fu scosso come da un terremoto; nel tempo istesso l’aria si oscurò con una nuvola di polvere, e, come se un cratere si fosse aperto al piede del Vesuvio, pietre, travi, rottami, membra umane in pezzi, ricaddero sopra larga circonferenza.»
Pietro Colletta così narra l’avvenimento: «I Russi assalirono Vigliena, ma per grandissima resistenza bisognò atterrare le mura con batteria continua di cannoni, e quindi Russi, Turchi, Borboniani, entrati nel forte a combattere ad armi corte, pativano, impediti e stretti dal troppo numero, le offese dei nemici e dei compagni. Molti dei legionari calabresi erano spenti; gli altri feriti, né bramosi di vivere; cosicché il prete Toscani di Cosenza, capo del presidio, reggendosi a fatica perché in più parti trafitto, avvicinasi alla polveriera, ed invocando Dio e la libertà, getta il fuoco nella polvere, e ad un istante con uno scoppio terribile muoiono quanti erano tra quelle mura, oppressi dalle rovine o lanciati in aria, o percossi da sassi; nemici, amici,orribilmente consorti»

La distruzione del forte , e la morte di tanti commilitoni, instillò nuova furia nei calabresi sanfedisti, che diedero con successo l’assalto al vicino Castello del Carmine, aprendo la porta alla conquista della città.

La fortezza, di grande interesse socio-politico-culturale, fu abbandonata, tanto da favorire interventi abusivi da parte di strutture sia pubbliche, che private. Nel 1891, tuttavia, per iniziativa di alcuni parlamentari quali Imbriani e Pasquale Villari, il forte fu proclamato “Monumento Nazionale” e fu sottoposto a restauro. Nonostante ciò, nel 1906 una parte del forte fu demolita per fare posto al panificio militare.

  • MURO  FINANZIERE

muro2

ll muro finanziere costituisce l’ultimo esempio di cinta muraria della città.

Voluto da Ferdinando I nel 1824, esso fu progettato da Stefano Gasse, professore onorario presso l’Accademia di Belle Arti e fu costruito dal 1826 al 1830 sotto Francesco I.

La struttura doveva tenere alla larga il contrabbando e favorire il commercio marittimo e terrestre: lungo undici miglia (20,300 chilometri), partiva dal ponte della Maddalena fino a Posillipo, lambendo Poggioreale, Capodichino, Capodimonte e Fuorigrotta.

L’opera inizialmente doveva essere costellata da diciannove barriere daziarie, delle quali ne furono progettate tredici. I posti di controllo arriveranno fino a trentacinque.

La “barriera” daziaria non è un muro: è un edificio (esattamente come la barriera autostradale non è un muro ma un casello). Lungo ogni direttrice primaria di accesso alla città erano posizionati i punti di controllo chiamati Dazi, e per estensione l’intera area veniva chiamata Dazio (infatti a Napoli oggi non esiste solo un Dazio ma molteplici… e di molti di essi si è già persa la memoria sia urbanistica che storica).

Di queste barriere, quattro furono quelle principali, realizzate secondo lo stile neogreco, tutte pervenuteci ai giorni nostri: quella presso il ponte della Maddalena, situata in via ponte dei Granili, è stata la prima ad essere costruita, era formata da due edifici posti ognuno lato della strada e di cui oggi è visibile solo quello lato mare (è in pessime condizioni ,nel dopoguerra fu utilizzato dalle truppe alleate per poi essere murato ed abbandonato); quella di Poggioreale, davanti all’ingresso all’Emiciclo del cimitero (ingresso che verrà realizzato sempre su progetto del Gasse in stile dorico nel 1839); quella di Capodichino, in piazza Giuseppe Di Vittorio e infine quella del cavone di Miano (il quale finisce nel vallone di San Rocco), nella zona di Bellaria.

muro

Il muro finanziere, partendo dal Dazio di Capodichino, il più importante di tutti, correva lungo l’estremo sud di Secondigliano poi scendeva lungo il cavone di Miano e il vallone di San Rocco e saliva i Colli Aminei fino allo Scudillo. Dopo la salita dello Scudillo scendeva lungo via Saverio Gatto e arrivava al largo Cangiani, dove si dirigeva verso le Case Puntellate tramite via Jannelli ( ci sono vari tratti di “mura finanziere” superstiti, con tanto di targhe in pietra, anche se vittime dell’incuria, ad esempio la targa sul fabbricato doganale con gli archi sito in Largo Antignano, che recita “qui si paga per gli regi censali)  Il muro, superata l’antica piazzetta Santo Stefano al Vomero, percorreva via Torre Cervati e infine via Manzoni. Collegatosi alla porta di Posillipo e superata la chiesa di Sant’Antonio, terminava a largo Sermoneta.

Ricominciando presso il ponte della Maddalena, il muro superava il palazzo dei Granili, attraversava zona di Sant’Eframo poi le paludi dell’attuale zona di via Galileo Ferraris-via Argine, saliva lungo la zona acquitrinosa del Pascone e giungeva dinanzi al cimitero di Poggioreale. Di lì saliva per via Santa Maria del Pianto, costeggiava il cimitero a nord, il campo di Marte (oggi l’aeroporto di Capodichino) in maniera rettilinea e terminava dove si era partiti, a Capodichino.

La struttura fu per volere di Ferdinando II fatta oggetto di cambiamenti e migliorie che portarono l’aggiunta di barriere e l’eliminazione di altre.

Con la collaborazione di:  Enrico Conelli

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